Paolo Parisi

Paolo Parisi: «Il mio è un lavorare su questo confronto/dialogo della visione soggettiva. L’Observatorium del 2004 (strati di fogli di cartone che formano un cubo perfetto all’esterno ma consumato in maniera irregolare all’interno, fino a realizzare delle fessure che si fanno canocchiali e filtri con cui osservare l’esterno), per esempio, accoglie la presenza del singolo soggetto spettatore ma non lo lascia isolato dal mondo. In questo caso siamo come costretti al dialogo con l’esterno attraverso la luce e i fori o, come nell’opera al Lenbachhaus di Monaco [Observatorium (Valle del Bove), 2006], del suono. Lì dei tubi idraulici in PVC colorati univano più ambienti attraverso dei fori nelle pareti, nei quali scorreva il suono o le voci degli altri spettatori. Il suono in questo senso è proprio quel misto di razionale e istintuale di cui parlavamo prima perché era la registrazione scientifica dei movimenti del sottosuolo del vulcano Etna (l’orizzonte della mia infanzia), che però si fa vibrazione ed esperienza fisica.»

Lorenzo Bruni: «Condivisione della visione: è un aspetto che vuoi che si manifesti non solo a livello mentale nello spettatore?»

PP: «Voglio alludere alla condivisione come possibilità di una condizione di vivere le cose, ma senza imporla. L’Observatorium non è il luogo dell’ego del singolo, ma uno strumento per mettersi in relazione con gli altri. Non mi interessa il monologo, ma tentare di attivare un dialogo. Mi piace pensare che la pittura non sia solo frontale e che diventi l’elemento attivo di raccordo tra pittura, scultura e fusione di entrambe nello spazio, a favore di uno spazio attivo, contenente tracce di una geografia collettiva ed elementare…»

[da (a cura di) Lorenzo Bruni, ‘Paolo Parisi. Punto di vista fisico’, intervista su Flash Art Italia n°279, dicembre-gennaio 2010. Copyright 2010, gli autori e Flash Art, Milano.]

Observatorium Sound Composition (Paolo Parisi, Domenico Vicinanza)

«Il suono conferma e amplifica l’idea, e la necessità di densità nell’esperienza della visione, rendendo fisico il rapporto con lo spazio architettonico: il precedente a questo lavoro presentato a Riso è sicuramente quello realizzato a Monaco – nel 2006, al Lenbachhaus – ‘Observatorium (Valle del Bove)’, in cui il suono dell’Etna e le nostre voci letteralmente invadevano ed attraversavano l’architettura, intesa quindi come spazio di esperienza e condivisione. In quella circostanza il suono rappresentava l’insondabile. La voce della natura tradotta scientificamente ma sempre incontrollata. Pensa che all’inizio volevo ottenere i suoni in diretta dalle sonde collocate sull’Etna. Successivamente ho dovuto desistere perché era vietata la riproduzione in diretta di valori – sonori – che servono per monitorare i rischi di eruzioni o terremoti. Così ripiegammo, per così dire, su una versione registrata e differita. Ma, in realtà, cosa cambia sapere in anticipo che il vulcano erutterà? È la questione dell’uomo moderno: sapere, nonostante non cambi niente.

[…] Negli ultimi anni il tema del movimento è entrato nel mio lavoro in maniera abbastanza evidente… devo dire sinceramente di non averlo perseguito in maniera programmatica ma evidentemente era presente nell’idea e dunque nel lavoro finale. Così nella personale al Museo Pecci del 2008 il disegno a parete, realizzato ad argento e rappresentante delle vedute costiere in prospettiva, si attivava attraverso il nostro movimento nello spazio saturo di colore; a Monaco nel 2006, nella personale al Lenbachhaus, il suono diffuso nello spazio attraverso i collegamenti acustici forniti dai tubi che attraversavano l’architettura del museo – proveniente dalle sonde collocate sotto la crosta dell’Etna insieme al suono delle nostre voci – teneva insieme le sei sale utilizzate per la mostra; a Quarter (oggi Ex3) a Firenze nel 2004 era necessario esperire interamente l’enorme volume dello spazio per scoprire i volumi interni delle sculture in cartone (“Observatorium”), entrarvi dentro ed ascoltare le voci degli altri insieme al suono diffuso nell’ambiente (realizzato da John Duncan per l’occasione) dai tubi idraulici colorati […]

Come vedi il confronto col mutamento, presente in maniera così evidente in quest’ultima mostra alla Fondazione, sia esso provocato dal nostro stesso movimento che dal movimento della luce del sole nello spazio a questo punto è per me come una cifra. È nel DNA del lavoro. In fondo, se ci pensi, in questi casi […] si esprime un’impossibilità del lavoro di manifestarsi completamente ad un unico sguardo. Come se la visione ottimale fosse costituita da una somma di punti di vista ottenuta mettendo insieme diversi momenti “luminosi” e diverse possibilità di osservazione, a seconda della nostra presenza nello spazio.»

[From (a cura di) Daniela Bigi, ‘Paolo Parisi  …e il pulviscolo atmosferico’, intervista su Arte e Critica n° 68, autunno 2011. Copyright 2011, gli autori e Arte e Critica, Roma.]

Paolo Parisi, “Observatorium (Valle del Bove)”. Veduta dell’installazione alla Città della Scienza, Catania 2007.

Paolo Parisi, “Observatorium (Valle del Bove)”, veduta dell’installazione alla Galleria Civica Montevergini, Siracusa 2006.

Paolo Parisi, “Conservatory (San Sebastiano)”, veduta dell’installazione Quarter, Firenze 2005.

Paolo Parisi, “Conservatory (San Sebastiano)”, veduta dell’installazione Quarter, Firenze 2005.